mercoledì 18 novembre 2009
Miguel Hernandez
si no es amor la empresa.
Tristes, tristes.
Tristes armas
si no son las palabras.
Tristes, tristes.
Tristes hombres
si no mueren de amores.
Tristes, tristes.
martedì 17 novembre 2009
Amor y Resis-Trans
Due premesse. Primo: la letteratura che si sofferma sui travestis argentini è ancora scarna ma espressiva: da Lohana Berkins, attivista travesti argentina lucida, passionale e combattiva che nel 1995 ha contribuito a fondare l'ALITT (Asociación de Lucha por la Identidad Travesti y Transexual) e che si autodefinisce “un travesti, una donna, socialista, indigena, grassa, povera, di colore, lavoratrice e di più”, che vorrebbe “creare un mondo in cui essere accettata per tutto quel che sono.” Josefina Fernandez, la prima a rompere il silenzio nel 2004 con Cuerpos Desobedientes e poi curatrice con Lohana Berkins di La Gesta del Nombre Propio nel 2005. Mauro Cabral, attivista trans ed intersex di Cordoba. Amalia E. Fisher Pfaeffle e Diana Maffìa, responsabile Pari Opportunità della Ciudad de Buenos Aires e autrice del recente Sexualidades Migrantes.
Il contesto in cui questi autori scrivono (ed è la seconda premessa) è un contesto contraddittorio e intricato. Figli ripudiati di un continente tradizionalmente machista, che nella città di Buenos Aires trova un'“isola felice” ancora contraddittoriamente oscillante tra conservatorismo e cosmopolitismo; cugini poveri e declassati del movimento gay bianco in America del Nord, che mantiene un'egemonia di nazionalità, di classe razza genere e di mille cose ancora sul movimento LGBTTTQI sudamericano; e bersagli di istituzioni che continuamente li ricacciano nell'assimilazione, i travestis argentini si trovano a subire una marginalità multipla, ironicamente costretta tra una visibilità prorompente ed una invisibilità gelida. I dati relativi alla segregazione istituzionale sono tremendi: il 90% dei travestis argentini arriva a Buenos Aires dalle province eteronormative del nord e secondo una inchiesta dell'ALITT solo l'11% all'arrivo in città riesce a lavorare fuori dal mercato della prostituzione. La chiusura anti-trans del mercato del lavoro è generalizzabile alla scuola: il 76% dei travestiti non completa la scuola superiore; la minoranza che completa l'università a quanto pare reprime la propria sessualità nei pantaloni maschili per lunghi anni mentre il 64% non termina nemmeno la scuola elementare, in un drop-out che coinvolge anzitutto le ragazzine di 12-14 anni, particolarmente sensibili a quell'età alla discriminazione dei compagni. La salute è parimenti problematica, con l'incubo delle visite mediche o del ricovero nel reparto uomini, per cui dice Lohana Berkins, “molti travestiti preferirebbero morire giovani che esporsi ad un tale trattamento”. Se a queste cose aggiungiamo la brutalità della polizia, esperienza dell'86% dei travestis, la povertà cronica e il dolore di chi è strutturalmente unfit, arriviamo ad una aspettativa di vita scioccante: trent'anni. Secondo Marcela Romero solo l'1% della popolazione travestis raggiunge i 60 anni. Il 20% viene assassinato ed il resto muore di AIDS o di suicidio in genere appunto tra i trenta ed i trentacinque anni, con valli sino all'età giovanissima di quindici. Una situazione istituzionalmente difficile dunque, che si complica nel movimento LGBQ, dove dai primi anni novanta i TTTI, insieme alle donne omosessuali, sono stati centrali all'organizzazione della marcha del orgullo di Buenos Aires, e dove tuttavia la visibilità politica dei TTTI è stata per anni assimilata e marginalizzata: “le lesbiche rifiutavano la nostra femminilità considerandola un'altra delle varie manifestazioni dell'orientamento gay, ed i gay semplicemente si meravigliavano del nostro glamour e simultaneamente ci escludevano dalla loro comunità”.
Fast-forward al 1991. Nel 1991 nasce l'ATA, Asociación de Travestis Argentinas, il primo travestis group nel paese. La sua prima azione pubblica è ottenere la rimozione dei cosiddetti Edictos Policiales dell'era Peron, che punivano con il carcere un numero di attività socialmente innocenti come il ballo con persone dello stesso sesso e il cross-dressing. Gradualmente ATA ha assunto un ruolo indipendente all'interno del dibattito di genere argentino, poi dividendosi nel 1995 in ALITT, Asociación de Lucha por la Identidad Travesti y Transexual e OTRA, Organización de Travestis de la Republica Argentina, ed arrivando di recente a far adottare all'interno della Città di Buenos Aires una legge per la quale i travestis hanno il diritto di scegliere un nome proprio istituzionalmente valido corrispondente alla identità di genere.
Cosa c'è di interessante in tutto questo? È vero, il dibattito non è nuovo. La critica all'esistenza di due forme corporee morfologicamente ideali e separate, il maschile ed il femminile muore già con Foucault e poi definitivamente con Judith Butler, che in Gender Trouble introduce l'idea poi ripresa dal movimento intersex e queer di una continuità corporea di genere non riducibile ad un sistema binario. Il movimento queer ha ripreso questa prospettiva rivendicando il diritto all'auto(s)definizione continua, per cui la libertà dell'“identità” diventava esattamente il rifiuto dell'identità e della definizione (salvo ricatalogazioni successive eventualmente contraddittorie). Ma se il movimento travestis argentino ha dei punti in comune con il movimento queer, laddove i due si differenziano è nelle origini eteronormative, cattoliche, alternativamente dittatoriali, periferiche in termini di classe e di razza spesso estreme dei travestis argentini, e nel significato specifico di travesti in argentina. A differenza degli altri paesi occidentali, in argentina e in brasile il travesti non è semplicemente il cross-dresser, col@i che veste trans/genere, ma è una persona che rifiuta di identificarsi con le identità binarie. Inassimilabile al transgendered o al transessuale, il travestis vive una discronia tra sesso e genere. La (supposta) continuità corpomente dell'etero, ricercata ed in larga parte ricreata dal transgendered e dal transexual nel perseguimento di un'armonia sesso-genere autodeterminata, è nel travestis discronica, in quanto il travestis vive un conflitto che non si risolve nella riassimilazione nei binarismi ma che preme per l'abbandono tout court delle logiche binarie e per la liberazione polimorfa ed estatica del desiderio, della sessualità e dell'affettività.
Il trasvestis dunque non cambia sesso nè genere: li vive entrambi nella zona di confine, che in questo caso è spazio di disagio. Vuole vivere la propria unicità che è l'unicità dell'intersex se vogliamo, l'unicità di tutti infondo, ma una unicità fatta di conflitto. Questi due contesti problematici, il contesto d'origine ed il discomfort interiore, questa dupice assenza di rifugio del travestis, ne sono la forza propellente, l'energia che guida all'elaborazione singolare di uno spazio spiazzante al di fuori delle opzioni possibili pregno di potenzialità politiche.
Consideriamo la recente Gesta del Nombre Propio. Dicevamo che a partire dal 2006 i travestis possono scegliere un proprio nome, una propria identità. L'elaborazione teorica della rivendicazione è meravigliosa. Scriveva Claris Lispector che l'unica parola che ha senso scrivere è quella inesistente. Quella incarpibile che vive nel vuoto. L'unica identità che ha senso assumere è quella mai esistita, e l'unico nome proprio per noi stessi è quello che nasce ora. Così per Lohana Berkins, il punto di partenza delle rivendicazioni TTTI è il rifiuto del dualismo e di tutte le logiche binarie, l'abbandono del punto di arrivo per un punto di partenza che si ribella alle opzioni esistenti anche nelle istituzioni più rigide e cristallizzate come il binarismo di genere. “El binarismo nos enferma”, ci mutila, dice, ci fa ammalare. Noi non siamo ni hombres ni mujeres. Il nostro è un terzo genere, un terzo mondo. “Autonomia corporal”, rivendicano i travestis, non un nome dato ma un nome proprio, autodeterminato, in un processo di autoproduzione personale e sociale continua che al procedere sgretola i rifugi esistenti e che è tanto più incredibilmente radicale quanto più infondo oggi, ciò che per i travestis argentini significa una soggettività libera è pur ancora prostituzione ed un'aspettativa di vita di trent'anni. Un bisogno di ribellione tanto più disperato e libero dunque, quanto più consapevole che dietro a sè non c'è nulla da salvare.
Cosa di importante in questo dicevamo. Desessualizziamo e politicizziamo, spostiamoci in Italia. Sarà la tradizione cattolica o aristocratica, sarà la religione dell'imprenditore diffuso, ma la tradizione politica in Italia (e non solo) ha tra le sue più pericolose abitudini l'educazione ai binarismi, alle dicotomie, alle definizioni duali, antagonistiche. L'istituzionalizzazione di un mondo di buoni e cattivi, di destra e sinistra, di dittatori e resistenti, crea un'abitudine alle logiche binarie, e con essa un quasi inconfessabile bisogno di punti di riferimento autoritari, che sono la spiegazione, semplicistica certo, del revival contemporaneo di modelli politici primitivi. Ecco che in un contesto sovrastimolante e caotico come quello contemporaneo, disorientante e incerto si usa dire, ove l'insicurezza, lo smarrimento è forma più lucida di consapevolezza, il binarismo antagonista è una protezione. Laddove vi è incertezza politica ed esistenziale, la contrapposizione binaria offre radicalismo, sicurezza, una personalità forte in luogo del naufragio. In questo bianconero dualistico non c'è movimento o sperimentazione. C'è obbedienza, un processo di riordino dei mille volti dell'individuo che lo impallidisce, lo svuota e lo istituzionalizza, in un iter che paradossalmente nel suo essere desoggettivante e deresponsabilizzante diventa a volte più seducente e rassicurante della libertà.
In questo contesto la scelta trans è la manifestazione degli altri sè, la liberazione dei mille sessi e dei mille ossimori impauriti ed agognanti in ognuno. È spazio politico di una trasformazione eccessiva ed estremista esattamente come lo è il desiderio appena liberato dal dover essere. Berkins parla del ruolo dello spettatore nella performance trans. Dice che l'ossessione del suo sguardo ipnotizzato è misura della discriminazione successiva contro il trans. Possibile, ma parimenti l'osservazione ossessiva è proiezione del proprio desiderio timoroso ed inespresso di trascendenza. In questo contesto la terra di nessuno di genere cessa di essere un terreno trans per diventare un territorio politico trasversale. Uno spazio di sperimentazione e di espressione anti-normativa inopportuno illecito ed addirittura imbarazzante ove dare espressione pubblica ai desideri più indicibili, lancinanti ed impacciati di ognuno. Ove, dice Jon Fernández:
“Giochiamo col genere, facciamo performances, ci accarezziamo col corpo e coi genitali, accarezziamo tutto ciò che ci piace. […] Ci operiamo, ci ormoniamo, giochiamo con l'ambiguità cosicchè il mondo cambi, e cosicchè cambi la sua idea di noi. Perchè la nostra intenzione è tergiversare e confondere, aggiungere un pò di caos a questo mondo in cui altrimenti muoverebbe solo la normatività”.
Un gioco a un tempo disarmato e dissacrante dunque, il trasformismo trans. Un gioco il cui scopo è creare uno spazio sociale protettivo ove accogliere i sé più intimi ed unfit. Ove dare espressione politica al desiderio oppresso e alla voglia d'amore, il grande sconosciuto dei movimenti binari ed antagonistici. Ove muovere un passo in una direzione inesistente a partire dalla rassicurazione dell'errore inevitabile, trasformando il timore in legami dolci. Un luogo in cui poi perdersi, perdersi nel vuoto a partire dall'insalvabilità del presente, in una via di fuga inevitabile, dolceamara, spaventata, libera.
mercoledì 11 novembre 2009
Marìa Elena Walsh § Como la Cigarra
Tantas veces me mataron,
tantas veces me morí,
sin embargo estoy aqui
resucitando.
Gracias doy a la desgracia
y a la mano con puñal
porque me mató tan mal,
y seguí cantando.
Cantando al sol como la cigarra
después de un año bajo la tierra,
igual que sobreviviente
que vuelve de la guerra.
Tantas veces me borraron,
tantas desaparecí,
a mi propio entierro fui
sola y llorando.
Hice un nudo en el pañuelo
pero me olvidé después
que no era la única vez,
y volví cantando.
Tantas veces te mataron,
tantas resucitarás,
tantas noches pasarás
desesperando.
A la hora del naufragio
y la de la oscuridad
alguien te rescatará
para ir cantando.
venerdì 6 novembre 2009
giovedì 5 novembre 2009
http://www.salonmagazine.com/news/news970124.html
Why eating disorders and plastic surgery are a way of life in the land of Eva Perón
By Lori Leibovich
I was caught off guard recently when a young woman approached me at a Buenos Aires Hotel. After years of traveling to South America, I've come to expect Argentine women to be aloof, more likely to eyeball my hemline than ask my name. But this young woman, Guillermina, was friendly and open. She wanted to talk. Her appearance struck me too. Makeup-free and curvy, Guillermina seemed less concerned with her looks than the meticulously coifed and unnaturally slender women who promenade on Buenos Aires' fashionable boulevards.
But as we shared the day together, I learned that Guillermina was not an exception to Argentina's rigidly aesthetic culture, but rather one of its casualities. "By Argentine standards, I am fat," she told me. "There have been times when I don't leave the house — except to go to work — because I am embarrassed."
Guillermina was undeniably attractive. Like many Argentines, she possessed a dark, striking beauty, a composite of Italian and Spanish ancestry. But she did not resemble the billboards of the anemic Kate Moss which wallpaper Buenos Aires like post-it note reminders.
I talked to dozens of young women like Guillermina during my visit, and they confirmed what I could plainly see: Argentineans are obsessed with their bodies.
More so than even Americans. We gulp liquid "meal substitutes" and buy the latest diet bibles , but at a certain point we let it go. And as a nation we are still overweight.
In Argentina they take more drastic measures. Plastic surgery and starvation are national pastimes that cross gender, age and class boundaries. Since 1970, approximately one in every 30 Argentines has opted for cosmetic surgery, estimates Luis Majul, author of "The Masks of Argentina," a book about Argentines who have had their faces lifted and buttocks sculpted. Those who have gone under the knife include such luminaries as President Carlos Menem and soccer star Diego Maradona, but working-class people nip and tuck in large numbers as well. Public hospitals offer special summer deals on popular procedures like nose jobs and liposuction.
And ironically, in the land of beef and "papas fritas," eating disorders are rampant. Argentina has a higher incidence of anorexia and bulimia per capita than either the United States or Europe. I asked one young woman how the populace remained so thin in a land awash in rich foods. "Young women just don't eat," she said. "They smoke."
Relentlessly fashionable and notably haughty, Argentines have always considered themselves a cultural cut above the rest of South America, trumpeting their European ancestry and labeling their Latin neighbors boorish. Here, style is the ultimate virtue. Consider Eva Perón, who transformed herself from bumpkin to first lady with the help of a few Chanel suits and who today is remembered as much for her elegance as for her checkered political and social achievements.
How did a Latin American country thousands of miles away from Madison Avenue and Hollywood become so image obsessed? Some Argentines I spoke with blamed the nation's preoccupation with the body on the country's volatile political and economic climate. "Staying thin and looking beautiful is one thing that people have control over here," said Mauro, a 19-year-old engineering student, who sat chain-smoking at a Buenos Aires cafe. Others said that the Italian immigrants who settled in Argentina at the turn of the century simply brought with them a flair for fashion and an appreciation of beauty. And some Argentine feminists say that "machismo" is responsible for the epidemic, encouraging a climate where women are valued for how they look, not who they are.
Whatever the cause of the national obsession, its effects are clear. On the streets adolescent girls look malnourished, their hip bones jutting from beneath their jeans, their faces gaunt. Women walk the streets scantily clad — half-shirts, painted-on jeans and crotch-length skirts are the rage — flaunting their rib cages and synthetic bosoms.
Wearing baggy blue jeans and an oversized T-shirt, Georgina, a 20-year-old medical student from Buenos Aires, says she is not a fashion victim by choice. As we walked through the Recoleta, the city's famous cemetery, she gestured toward her short, strong figure and told me it was impossible for her to shop at "normal downtown stores" because the clothing sold there was made for "the starving." Instead, she is confined to rummaging the aisles at stores catering to older women with fuller figures, where it is difficult to find anything stylish. "Sometimes I feel like a circus freak," she said. Georgina, like many of the women I met, turned to psychotherapy to deal with the ostracism and self-hatred that results, literally, from not fitting in. While she found therapy cleansing, Georgina says she is doubtful that anything, short of an overhaul of the national psyche, will help her feel better.
My last day in Buenos Aires I visited an art gallery displaying the works of a famous Argentine contemporary painter, Ernesto Bertani. I stumbled upon a painting titled "The Happy Widow" that depicted a nude woman shown from the neck down. It was a sensual image of abundant and joyful flesh, a sharp contrast to the emaciation I'd observed on the streets. I was relieved — sort of. "The Happy Widow" was, after all, only a picture. If any Argentinian women, widowed or not, can feel happy with such a healthy body, I didn't meet them.
Accoppio con quotes por las madres de plaza de majo
ANHELAMOS UNA JUVENTUD FURIOSAMENTE LIBRE
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UN FUEGO PARA ENCENDER PASIONES ALEGRES
